Tesi di laurea in Scienze della Conservazione
dei Beni Culturali, discussa con successo nell'aprile 1997, Universita'
degli Studi di Viterbo.
di roche
Per Bianca
E se poi andasse male, tanto
meglio,
in galera s’imparano cose che al Centro sperimentale di cinematografia
nemmeno si sognano d’insegnare.
Alberto Grifi
Evidentemente, non verrebbe in
mente a nessuno di rinchiudere
i professori in prigione per fare loro imparare cos’è lo spazio.
George Bataille
Premessa.
Per molto tempo, mi sono domandato come mai Carlo Marx nella sua tesi di laurea avesse preferito Epicuro a Democrito. Non capivo insomma come le leggi bronzee marxiane potessero adattarsi al bizzarro materialismo epicureo, a quel clinamen che introduceva il caso nel ferreo determinismo del sistema atomista. Oggi, camminando tra le macerie dei vari socialismi reali e delle certezze moderniste, torno ad avvicinarmi al placido edonismo di chi consigliava di vivere nascosto, in comunità di amici, trascurando il gioco della politica; e forse capisco meglio anche quella tesi. Ma, a proposito, devo ricordarmi che questa è una tesi, e una tesi di arte contemporanea. Si, è che in effetti io volevo scrivere qualcosa sulla fine, o comunque dopo la fine, delle certezze e quindi sentivo di dovermi confrontare con quel Parmenide che una volta per tutte pretese di stabilire un confine tra ciò che è vero e ciò che non lo è, tra l'essere e il nulla. Bene, fu proprio Democrito che, riportando la questione ai termini fisici, risolse in complementarietà il binomio eleatico: non di nulla ma di vuoto si doveva parlare, di quel vuoto in cui solo era possibile il movimento del pieno. "Nulla c'è", avrebbe detto Gorgia e, al di là della polemica antimetafisica, forse voleva suggerire, o almeno così a me piace leggere, "il nulla esiste" se per nulla s'intende l'immateriale o la doxa, quindi l'errore. Anzi mi verrebbe da scrivere che solo l'errore esiste. Mi rendo conto che affermare la falsità del tutto significa contemporaneamente negare validità a ciò che si è asserisce, cane che si morde la coda. Ed io continuo a dover presentare una tesi sulla conservazione dei beni culturali. Certo, ed è proprio questo il punto: i beni culturali sono beni immateriali. All'università ho studiato chimica e merceologia, buono per il supporto materiale, ho appreso nozioni sulla gestione economica, sulla valorizzazione della risorsa cultura.., ma poche cose ho imparato sul concetto d'immateriale: Mi si perdonino, quindi, le insistenti e talvolta pedanti incursioni in campo filosofico ma solo lì mi sembrava di poter cercare soluzioni alla mia domanda: come si tutela l'immateriale? I° soluzione: Certamente l'artisticità dell'opera non si esaurisce nella sua materialità. Non nella materia ma nell'intenzione, nella traccia del fare risiede l'aura. La forma del manufatto racchiude solo la memoria di quel atto creatore straordinario e irripetibile. A noi sta mantenere quel supporto nelle condizioni migliori affinché il numero maggiore di persone possa goderne. La fruizione dell'arte dev'essere incentivata e, poiché non possiamo pretendere che le masse si rechino in chiesette e in paesi sperduti, le opere più significative devono essere ordinate in musei grandi e ben organizzati. In questo modo potremo contemporaneamente aumentare la fruizione, il controllo e la tutela dei manufatti artistici. Potremo inoltre sfruttare al meglio la risorsa cultura potenziando l'occupazione, l'industria del turismo e quant'altro. Questa impostazione affidandosi alla neutralità della scienza ha anche il vantaggio di evitare inutili implicazioni ideologiche. II° soluzione: La "visione del mondo" della classe al potere tende in ogni epoca a configurarsi come neutrale, universale. Compito dell'intellettuale indipendente è di denaturalizzare le convenzioni, storicizzarle; criticare l'ideologia più pericolosa perché più diffusa e dissimulata, quella che si è soliti chiamare realtà, stato delle cose. Va ripetuto quindi che la scienza non è la verità ma un insieme di ipotesi provvisorie, lacunose, spesso contrastanti e spesso in mano a persone incompetenti o messe in condizioni di non poter lavorare. L'atto che separa l'oggetto di "valore" dal contesto è un atto violento, sempre discutibile perché l'opera non è importante in quanto creazione del singolo genio ma in quanto testimonianza di una cultura, di una società, di un territorio. Asportare una pala da una chiesa, strappare un affresco da un palazzo vuol dire saccheggiare il territorio a tutto vantaggio di grandi contenitori, obitori dove lacerti di storia vengono accumulati come lingotti Il turismo di massa non favorisce la diffusione de la cultura ma il riprodursi verticale dell'ideologia.
*Questi in sostanza mi sono parsi i termini della questione. Qualche hegeliano potrebbe suggerire una sintesi, per me, invece, la dialettica è conflitto, e il conflitto impone una scelta: Io sono per la tutela integrale del territorio. Pazienza se non tutti potranno vedere tutto così facilmente, la cultura non è facile. Semplificare, omogeneizzare vorrebbe dire nullificare, e questa è un'altra forma di nulla purtroppo ben esistente. Non dimentichiamo che questo è un mondo al contrario, spesso laddove c'è il tutto pieno d'informazione a ben guardare troviamo solo il vuoto dello spettacolo, e magari, invece, attraversando un arco percepiamo la densità dell'immateriale. Ma questa è una tesi di arte contemporanea ovvero, si potrebbe obiettare, proprio il settore in cui la sedimentazione culturale è meno significativa, eppure, forse, sono stati gli artisti di questo secolo ad averci fornito gli strumenti per leggere questa immaterialità così pregna di senso. Si, sono convinto che se oggi si deve parlare di tutela dei "beni culturali" e non delle "cose d'arte", sia anche grazie all'atto che ha separato l'opera dall'operazione. L'atto duchampiano che impone al pubblico di rifare l'opera, di essere artista e critico. Impone ho scritto perché chi decidesse di mantenesri in una condizione di non avrebbe nulla o quasi nulla: un orinatoio ribaltato, qualche grammo di feci. Arte elitaria, dice qualcuno. Buoni demagoghi per carne da sondaggio. Per quel che mi riguarda ritengo che quel che di interessante continua ad esistere sia proprio ciò che direttamente e indirettamente a quella tradizione si richiama. Movimento sempre più vasto e veloce, così veloce da non aver tempo di apparire in televisione.
* Con questo lavoro ho cercato d'interrogare parte
del mondo che oggi, a mio avviso, continua la tradizione dell'avanguardia.
Ho cercato di farlo con cautela non volendo ne' tradurre ne' teorizzare.
Mi sono basato sui miei ricordi e su ciò che ho saputo cercare.
Questa tesi è dunque piuttosto un'ipotesi soggettiva e parziale.
La scelta di limitare la ricerca vera e propria, quella che occupa la terza
parte di questo scritto, in un luogo e in un tempo preciso (un centro sociale,
pochi mesi) spero possa far emergere chiaramente che non di astratte teorizzazioni
comunque si è scritto, ma di un movimento preciso, constatato e
maturo. Movimento che ruota attorno al tema del rifiuto. Il rifiuto infatti
nella sua polisemanticità mi è parso atto ad incarnare da
un lato l'incubo di un sistema che vive sull'inasprirsi del conflitto tra
esclusi ed inclusi e dall'altro mi sembra che si presti anche a divenire
strumento privilegiato per ha scelto di rifiutare questo sistema e oggi,
al di là del binomio alienato produci-consuma, affonda corpo e intelligenza
nei territori del rimosso. Forse, allora, la discarica della storia può
divenire il luogo in cui la postmodernità sceglie di non essere
antimoderna. Forse Democrito può essere ancora utile per rispondere
a chi vorrebbe ogni verità infinitamente divisibile e quindi inesistente,
forse il corpo è l'atomo sociale che arresta il movimento disgregatorio
e favorisce il ricostituirsi di comunità, di reti. In questo caso
il "klinamen" sarebbe l'intuizione atta a sconvolgere l'ordine
che si vorrebbe fatale. Chissà che allora anche Marx non possa tornarci
utile, più la sua poesia che le sue bronzee leggi.
Aëre perennius, ripeteva un mio vecchio insegnante.
tesi completa
Bibliografia
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Riviste
Per quel che riguarda le riviste che ho consultato maggiormente, al di
là di quelle riportate in bibliografia come l’"Internazionale
Situazionista" e "Documents", sono fondamentali per il surrealismo
"Minotaure", e per la genesi del movimento situazionista "Potlacht".
Per le riviste di movimento degli anni settanta ho già segnalato
il testo di Claudia Solaris che ricostruisce un quadro completo della situazione
italiana nel 1977. Invece per avere un quadro del movimento attuale le
riviste, a mio avviso, più interessanti sono "INFOXOA"
e "Derive&Approdi"